Michelangelo Merisi (detto Caravaggio)
domenica 11 febbraio 2024
Biografia di Michelangelo Merisi (Caravaggio)
Davide con la testa di Golia - Galleria Borghese
Davide con la testa di Golia
olio su tela - 1609-1610
sabato 10 febbraio 2024
San Giovanni Battista - Galleria Borghese
San Giovanni Battista
olio su tela - 159×124 cm
Il quadro faceva parte del
gruppo di dipinti portati con sé dall’artista nel viaggio di ritorno via mare
da Napoli a Roma, intrapreso nel 1610 dal pittore con la speranza di ottenere
la grazia dalla condanna a morte inflittagli nel 1606 da Paolo V.
L’intento era quello di
ottenere l’intercessione del papa, offrendo le opere in dono a suo nipote, il
cardinale Scipione Borghese, già proprietario della Madonna dei
Palafrenieri , Il ragazzo con canestra di frutta e l’Autoritratto
in veste di Bacco . Ma, come affermano alcune missive, nei
pressi di Palo, sulla costa a nord di Roma, Caravaggio venne ingiustamente
imprigionato, perdendo così la nave che trasportava il suo prezioso bagaglio.
Il dipinto non fu esposto
inizialmente nella Galleria Borghese, ma nel Palazzo Borghese di Ripetta, forse
per nasconderlo, dopo la morte di Caravaggio, che muore per recuperare questo
lasciapassare per la vita, a Porto Ercole, dopo che il quadro era stato portato
lì dalla piccola imbarcazione a vela che lo trasportava a Roma.
L'opera rappresenta Giovanni
Battista, figlio di Elisabetta e cugino di Gesù, qui ritratto sorpreso a
meditare in un ambiente ombroso accanto a un montone, simbolo della redenzione
dell’uomo attraverso il sacrificio di Cristo. Il santo è raffigurato seduto su
un lungo drappo rosso, colore che allude al sangue versato durante il suo
martirio, mentre sostiene con la mano sinistra un'esile canna, un riferimento
alla vita di penitenza e di preghiera vissuta dall'uomo nel deserto.
San Girolamo - Galleria Borghese
San Girolamo
olio su tela . 112×157 cm
La Madonna dei Palafrenieri - Galleria Borghese
La Madonna dei Palafrenieri
olio su tela - 292×211 cm
Il Bacchino malato - Galleria Borghese
Il Bacchino Malato
olio su tela - 67×53 cm
Il Bacchino Malato è un dipinto realizzato
da Michelangelo
Merisi, nel 1593. L'opera raffigura un giovane
conosciuto come il dio del vino, Bacco o Bacchus, rappresentato
in uno stato di malattia o ubriachezza.
I’opera è stata realizzata da Caravaggio presso la bottega di Giuseppe Cesari, meglio conosciuto come il Cavalier d'Arpino, pittore di grande successo in quel periodo. Infatti, questo dipinto - assieme al Fanciullo con canestro di frutta - rimarrà nella bottega di Cavalier d'Arpino fino a quando, nel 1607, per motivi fiscali, entrambi i dipinti furono requisiti dagli emissari di Papa Paolo V e consegnati al nipote del papa stesso il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, noto collezionista dell'epoca, divenendo parte della collezione dell'odierna Galleria Borghese.
Il titolo del dipinto è dovuto al colorito della pelle del soggetto che, secondo alcuni studiosi, sarebbe proprio un autoritratto dello stesso Caravaggio, eseguito durante la sua convalescenza in seguito al ricovero presso l'ospedale della Consolazione (l'ospedale dei poveri), avvenuto - sembra - per una ferita alla gamba causatagli dal calcio di un cavallo.
Il Bacchino Malato è un'opera che suscita molte
emozioni e sensazioni nel fruitore grazie alla maestria pittorica di
Caravaggio. La figura del giovane dio, riprodotto a grandezza naturale, è
rappresentata seduto su un divano con uno sguardo assente, gli occhi chiusi e la testa reclinata. La sua posa e la sua espressione trasmettono
un senso di malinconia e debolezza. Il corpo del Bacchino
è privo
di forza e di vigore, come se fosse stato colpito da una
grave malattia o avesse abusato del vino.
Il Bacchino Malato è un'opera che suscita molte
emozioni e sensazioni nel fruitore grazie alla maestria pittorica di
Caravaggio. La figura del giovane dio, riprodotto a grandezza naturale, è
rappresentata seduto su un divano con uno sguardo assente, gli occhi chiusi e la testa reclinata. La sua posa e la sua espressione trasmettono
un senso di malinconia e debolezza. Il corpo del Bacchino
è privo
di forza e di vigore, come se fosse stato colpito da una
grave malattia o avesse abusato del vino.
La tecnica pittorica del Caravaggio è evidente nell'uso del chiaroscuro, che conferisce profondità e drammaticità al dipinto. Le sfumature sottili e i dettagli precisi, come le gocce di sudore sulla fronte del Bacchino e la trama della tunica, sono eseguiti con una precisione straordinaria.
Ciò che rende questo dipinto così potente è la sua capacità di evocare emozioni e riflessioni nel pubblico. La figura del Bacchino malato può essere interpretata in molti modi: come una riflessione sulla fragilità umana, sulla natura effimera della gioventù o come una rappresentazione della lotta tra piacere e dolore. La sua malattia o ubriachezza può essere vista come una metafora delle sfide e dei vizi che affliggono l'umanità.
Giovane con canestra di frutta - Galleria Borghese
Giovane con canestra di frutta
olio su tela - 74×78 cm
Fanciullo con canestro di frutta è un dipinto realizzato tra il 1593 ed il 1594.
La maggior parte dei critici ritiene che l’opera Fanciullo con canestro di frutta viene realizzata durante il periodo “romano” quando il Caravaggio si trova presso la bottega del pittore Giuseppe Cesari, più noto come il Cavalier d’Arpino, suo primo maestro. Quest’ultimo non intuisce subito le altissime qualità artistiche del Caravaggio, ordinandogli di eseguire esclusivamente nature morte, per lo più “fiori e frutti”.
L’opera rientra nelle composizioni giovanili del Caravaggio (all’epoca poco più che ventenne) e risale allo stesso periodo del dipinto Bacchino malato anch’esso eseguito presso la bottega del Cavalier d’Arpino (anno 1593-1594); tale notizia è confermata dalla circostanze che nel 1607, molto quadri vengono sequestrati al Cavalier d’Arpino dagli emissari di Papa Paolo V (al secolo Camillo Borghese) e successivamente donati al Cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, collezionista d’arte nonchè suo nipote.
Il sequestro prende origine da un processo che vede coinvolto il Cavalier d’Arpino con l’accusa di aver sfregiato il pittore Cristoforo Roncalli, più noto come il Pomarancio. In tal modo i due dipinti il Fanciullo con la canestra di frutta e Bacchino malato entrano a far parte della collezione della Galleria Borghese. Una altra parte della critica ritiene invece che l’opera Fanciullo con canestro di frutta viene eseguita dal Caravaggio fuori dalla bottega del Cavalier d’Arpino, facendo posare un suo amico pittore, certo Mario Minniti, con cui divideva l’alloggio.
Ne deriva che l’identità del personaggio ritratto nell’opera è tutt’ora sconosciuta. Nè può ritenersi l’ipotesi, come avanzano alcuni esperti studiosi, della rappresentazione di una donna (ipotesi avanzata dal dettaglio della spalla scoperta, simbolo di sensualità femminile) in quanto è cosa accertata che al Caravaggio non siano mai state attribuite relazioni con dame dell’epoca.
Il dipinto è contraddistinto da un eccezionale realismo, con il giovane in posa di tre quarti, che regge il cesto colmo di diverse tipologie di frutti, molti dei quali riportano piccole imperfezioni naturali. Alcuni esperti vedono nel quadro una discordanza tra la muscolatura del collo nello sforzo di reggere la cesta con il fatto che la stessa venga sorretta da un solo braccio anziché entrambi.
L’opera, a luce quasi frontale, offre agli spettatori uno scorcio di chiaroscuri nei quali emergono indiscusse le enormi capacità artistiche del Caravaggio: basti ammirare i particolari cromatici della cesta e i colori della frutta e delle foglie.
La Maddalena penitente - Galleria Doria Pamphilj
La Maddalena penitente
olio su tela - 122,5×98,5 cm
La Maddalena Penitente è un dipinto realizzato tra il 1594 e il 1595. Con molta probabilità il dipinto Maddalena Penitente viene commissionato al Caravaggio dal Cardinale Francesco Maria del Monte.
L’opera raffigura la giovane fanciulla al centro della composizione, seduta su una sedia bassa, il capo chinato in avanti, lo sguardo rivolto verso il basso e le mani poggiate sul grembo. Accanto alla fanciulla, sul pavimento sono sparsi unguenti, monili e pietre, simboli della vanità e della frivolezza.
Analizzando la postura della Maddalena si può ben affermare che la stessa incarna perfettamente la penitenza di una peccatrice che rinuncia ai vizi e all’avidità, rifiutando collane e libagioni lasciate in terra volutamente. La posizione rilassata in abbandono divino simboleggia un intimo raccoglimento spirituale.
Guardando l’opera ingrandita, è possibile cogliere la presenza di una lacrima dipinta che staziona tra l’occhio e la narice sinistra, idonea ad attestare la sincerità del pentimento. La luce è volutamente diretta a centralizzare la figura femminile scurendo tutti i contorni, ponendola in estasi all’interno della stanza, con l’obiettivo di dare la massima importanza al pentimento della Maddalena come ci raccontano i libri del Vangelo.
Il drappo rossastro che si srotola a terra fa da contrappeso all’opera leggermente più pesante sul lato sinistro: Caravaggio fu il primo artista tra tutti non solo a proporzionare le sue opere ma ad applicare un equilibrio dei pesi tra i diversi oggetti e soggetti rappresentati.
La modella dell’opera è Anna Bianchini o meglio conosciuta come “Annuccia” “dai capelli rosci et lunghi”, cortigiana operante a Roma nel cinquecento e modella preferita del Caravaggio che la immortala anche in altri celebri dipinti come “Riposo durante la fuga in Egitto“ (anno 1597- Galleria Doria Pamphilj di Roma), “Marta e Maria Maddalena” (anno 1598 – Institute of Arts di Detroit, nel quale Anna Bianchini riveste i panni di Marta) e “Morte della Vergine” (anno 1604 – Musée du Louvre di Parigi).
Il riposo durante la fuga in Egitto - Galleria Doria Pamphilj
Il riposo durante la fuga in Egitto
olio su tela - 135,5×166,5 cm
venerdì 9 febbraio 2024
San Giovanni Battista - Pinacoteca Capitolina - Galleria Doria Pamphilj
San Giovanni Battista
olio su tela - 129×94 cm
La Buona Ventura - Pinacoteca Capitolina
La Buona Ventura
olio su tela - 115 x 150 cm
San Giovanni Battista - Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Corsini
San Giovanni Battista
Olio
su tela - cm 94 x 131
La tela si suppone sia entrata a far parte della
collezione Corsini (risulta la prima volta in un inventario della medesima del
1808) a seguito del matrimonio tra Bartolomeo Corsini e donna Felice Barberini
nel 1758.
Si è a lungo dubitato dell’autografia di questo
dipinto, sebbene esistano altre versioni dello stesso soggetto realizzate da
Caravaggio in maniera piuttosto simile.
San
Giovanni, seduto, guarda verso sinistra appoggiando il peso del tronco sul
braccio destro mentre quello sinistro, piegato, riposa con la mano poggiata sul
ginocchio. Questa particolare posizione, ha fatto pensare che il Caravaggio si
sia ispirato al Galata Morente, bronzo greco riprodotto in marmo a Roma e che
oggi si trova ai Musei Capitolini.
Il
rosso del mantello è di un tono spento come anche non rifulge il bianco del
drappeggio che cinge San Giovanni. Il suo sguardo , che è in realtà celato allo
spettatore , è come perso, sovrappensiero, in un momento d’abbandono.
Anche i
simboli sono ridotti al minimo: sparita la pelle di cammello, si intravede
appena uno dei due bracci della croce alla fine della canna. Il santo ha
accanto una ciotola ed alle spalle, dall’oscurità, emergono le sagome di
tronchi. Forse cipressi. Il tronco è colpito dalla luce e non mostra certo né
le forza né la muscolatura di altri famosi quadri di Caravaggio
Probabilmente,
Michelangelo Merisi voleva rappresentare proprio questo: la solitudine e la
sofferenza dell’eremitaggio dove le privazioni inducono in san Giovanni
Battista un momento di stanco abbandono.
Giuditta e Oloferne - Galleria nazionale d'arte antica - Palazzo Barberini
Giuditta e Oloferne
Olio su tela - 145×195 cm
Il dipinto
"Giuditta e Oloferne" di Caravaggio, realizzato intorno al 1598-1599,
è uno dei capolavori più iconici dell'artista italiano.
L'identità
esatta del committente del dipinto "Giuditta e Oloferne" di
Caravaggio rimane avvolta nel mistero. Alcuni storici dell'arte suggeriscono che
il committente potrebbe essere stato un membro della famiglia Sforza, una
famiglia nobile italiana, o il cardinale Francesco Maria Del Monte, un mecenate
e collezionista d'arte che fu un sostenitore di Caravaggio. Del Monte aveva una
notevole collezione d'arte e commissionò diversi dipinti all'artista,
contribuendo a stabilire la sua fama.
La storia di
Giuditta e Oloferne narra di una donna ebrea chiamata Giuditta e del suo
coraggioso atto di liberare il suo popolo dalla minaccia di un generale assiro
chiamato Oloferne. La narrazione ha luogo durante l'assedio della città di
Betulia da parte dell'esercito assiro guidato da Oloferne. I cittadini di
Betulia, oppressi dalla fame e dalla disperazione, iniziano a perdere la
speranza. Giuditta, una vedova e una donna rispettata nella comunità, decide di
intervenire. Giuditta, guidata dalla fede e da un forte senso di giustizia, si
reca nel campo degli assiri vestita con abiti sontuosi per attirare
l'attenzione di Oloferne. La sua bellezza e la sua saggezza conquistano il
generale, che la invita al suo accampamento. Durante la notte, mentre Oloferne
è in stato di ubriachezza, Giuditta compie l'atto coraggioso e decapita il
generale con la sua stessa spada. La donna ritorna trionfante a Betulia,
portando con sé la testa di Oloferne. La vista del capo del loro nemico spinge
gli assiri alla fuga, e Betulia è salva. Giuditta diventa eroina e guida il
popolo in un canto di ringraziamento a Dio per la sua protezione.
La storia di Giuditta e Oloferne è stata oggetto di numerose
rappresentazioni artistiche, tra cui quella celebre di Caravaggio, che ha
immortalato il momento culminante dell'azione di Giuditta. La storia rimane un
simbolo di coraggio, fede e determinazione nella lotta contro le avversità.
Caravaggio affronta questo tema con una maestria e una brutalità sorprendenti.
L'uso del chiaroscuro, una delle caratteristiche distintive dello stile barocco
di Caravaggio, intensifica la drammaticità della scena. La luce intensa mette
in risalto il viso concentrato di Giuditta, mentre il corpo decapitato di
Oloferne è gettato nell'ombra, creando un forte contrasto visivo. La
composizione cattura il momento culminante dell'azione: Giuditta, con una
determinazione feroce, tiene la spada alzata e si prepara a compiere l'atto decisivo.
L'espressione di Giuditta, intensa e concentrata, sottolinea il suo coraggio e
la sua risolutezza di fronte a un compito così cruento. Il realismo di
Caravaggio è evidente nei dettagli, come il sangue che sgorga dal collo di
Oloferne e la resa accurata dei tessuti e dei dettagli dell'abbigliamento. La
scena, pur essendo violenta, è resa con una bellezza e una maestria
straordinarie, dimostrando la genialità dell'artista nel catturare l'emozione
umana e la tensione narrativa.
"Giuditta e Oloferne" di Caravaggio ha influenzato numerosi
artisti successivi e continua a suscitare interesse e ammirazione per la sua
intensità emotiva e la sua capacità di rappresentare il dramma umano attraverso
la pittura.
Narciso - Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini
Narciso
Olio
su tela - 112×92 cm
L’attribuzione
a Caravaggio di quest’opera non è stata semplice: Roberto
Longhi è stato lo storico dell’arte che l’ha per primo
attribuito a Caravaggio, ma negli anni c’è stato un dibattito aperto a
riguardo, in quanto secondo alcuni il dipinto era da attribuire ad altri
pittori come Orazio Gentileschi o Niccolò
Tornioli.
Alcuni
studiosi ritengono che l'opera sia stata realizzata da Caravaggio durante il suo
primo periodo romano, tra il 1594 e il 1596. Altri, invece, sostengono che
l'opera sia stata realizzata qualche anno dopo, durante il secondo periodo
romano, intorno al 1600.
Al
centro del dipinto c’è il mito greco di Narciso, che ha segnato la storia della cultura occidentale
dall’immaginario artistico alla psicanalisi. Narciso è un giovane cacciatore, che con la sua bellezza fa
strage di cuori. Ultima è la ninfa Eco, talmente addolorata dalla sua
indifferenza da lasciarsi consumare fino a ridursi ad una flebile voce. Nemesi,
la vendetta, decide di punire l’ingrato. Quando, nell’ombra di un fitto
bosco, Narciso si china a bere
su uno specchio d’acqua, si innamora del proprio riflesso credendo di aver
incontrato un giovane di incredibile bellezza. Invano cercherà di toccarlo:
secondo Ovidio morirà
di dolore, mentre le fonti greche parlano di un annegamento nel tentativo di
raggiungere l’altro. Il corpo del cacciatore sparirà, lasciando il posto al
fiore che porta il suo nome.
In genere questo mito non fu molto sperimentato dai pittori. Il Narciso di Caravaggio è molto lontano dal mondo greco perché Caravaggio lo rende attuale. L’artista dipinge un riflesso simmetrico di Narciso, estremamente realistico e che trae in inganno il ragazzo del mito, e se non fosse per la sua trasparenza, potrebbe ingannare anche noi. L’artista, in questo caso ha scelto di catturare sulla tela il momento topico dell’intera storia: l’istante precedente in cui Narciso si sta avvicinando mortalmente al suo riflesso, prima di cadere nel fiume.
La composizione della scena è perfetta e simmetrica: la già citata
trasparenza del personaggio nella parte inferiore del quadro ci fa capire che
quest’ultimo è un riflesso. La composizione è giocata sulla figura
geometrica del cerchio, il cui centro è il ginocchio, nel quale c’è
un’inversione (l’effetto riflesso) che diventa un incrocio a x, una specie di memento mori che rimanda subito
al parallelismo tra il viso fanciullo reale e quello adulto del riflesso. Come
firma, Caravaggio appone la sua minuzia nella realizzazione dei particolari:
l’acconciatura, i tessuti, le decorazioni, le pieghe, le cuciture.
San Francesco in meditazione - Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini - Chiesa di S. Maria della Concezione dei cappuccini
San Francesco in Meditazione
Olio su tela - 128×97 cm
Di questa tela ne esistono due esemplari. Il
primo è quello trovato nella
chiesa di San Pietro a Carpineto Romano, in provincia di Roma (oggi in deposito
alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma ), il secondo è quello situato nella Chiesa di
Santa Maria della Concezione dei Cappuccini situata nel cuore dell’Urbe, in via
Veneto.
I risultati diagnostici e l'analisi
stilistico-iconografica propendono per una autografia del dipinto di Carpineto
Romano. In questo vi sono chiari pentimenti visibili ai raggi X,
mentre in quello della chiesa dei Cappuccini a Roma, non ve ne sono ;
inoltre vi sono altri particolari differenti che favorirebbero la tela di
Carpineto: la corda del saio, ad esempio, in questo è ben definita nella trama,
certamente studiata dal vero, mentre quella dei Cappuccini è resa da una sola
pennellata semplificatrice.
Insomma, la tela autografa sarebbe quella di Carpineto Romano, mentre quella dei Cappuccini dovrebbe essere una copia da mercato, realizzata, sotto la supervisione dell'artista, da collaboratori con interventi del maestro.
Per alcuni
studiosi la data di esecuzione del dipinto “San
Francesco in meditazione” (quello di Palazzo Barberini) , si collocherebbe intorno al
1606, quando Caravaggio, in fuga da Roma dopo l’assassinio di Ranuccio
Tommasoni, si rifugia presso i feudi Colonna, vicini a quelli degli
Aldobrandini, committenti dell’opera.
Uno dei problemi caravaggeschi più scottanti, anche per le implicazioni economiche e di prestigio che ne derivano, è quello dei “doppi”, cioè quadri tra loro pressoché identici di cui però uno è l’originale e l’altro (o gli altri) è replica (se di mano dell’autore stesso) o copia (se prodotto da altri: seguaci, imitatori, ecc.).
Nel dipinto ciò che colpisce l'osservatore è la figura del santo che osserva in modo sofferente il teschio e ha il volto provato. Il suo saio presenta vistosi e realistici buchi e toppe. Il misticismo contraddistingue la realizzazione, gli elementi del paesaggio e dell'atmosfera sono ridotti al minimo dall'artista per far sì che l'attenzione del l'osservatore sia completamente assorbita dal santo in linea con i principi della controriforma.
Il frate si trova davanti ad un tronco segato su cui posa una croce fatta di due semplici assi. Nel dipinto la luce che illumina il santo evidenzia delle tonalità rossastre e bluastre che indicano come il santo avvertisse i rigori dell'inverno e il gelo dentro la grotta. Sulla testa del santo vediamo una sottile aureola che è piuttosto rara nei dipinti di Caravaggio.
Martirio di San Matteo - Chiesa di San Luigi dei Francesi
Martirio di San Matteo
Olio su tela – 323×343 cm
Nel 1599, grazie all’interessamento del Cardinale Del Monte, Caravaggio ottiene l’incarico di dipingere tre tele per la cappella di Mathieu Cointrel, all’interno della chiesa di San Luigi dei Francesi, vicinissima al palazzo del cardinale. L’incarico prevedeva una tela centrale e due tele laterali. Sull’altare sarebbe stata collocata L'ispirazione di San Matteo, sul lato destro il Martirio di San Matteo e su quello sinistro la Vocazione di san Matteo.
Si tratta della commissione più importante affidata all’artista che segna anche una svolta epocale nella storia della pittura sacra; infatti, da questo momento in poi, Caravaggio abbandonerà definitivamente gli ultimi retaggi del tardo Cinquecento, di cui alcuni elementi, come i nudi in primo piano, sono ancora presenti, per arrivare ad una espressione del tutto nuovo che trova il suo fondamento in una gestione tutta particolare della luce.
Della tela esistono tre successive elaborazioni, ma questa è la più drammatica e la più ricca di personaggi. La scena si svolge sopra una piattaforma inclinata verso lo spettatore. La luce mette in evidenza il sicario, il Santo e il bambino, mentre la folla degli astanti, nell’ombra, sta fuggendo inorridita dalla brutale esecuzione. S. Matteo cerca disperatamente di difendersi, assumendo una posizione che ricorda la Croce, il chierichetto sta scappando, gridando dallo spavento. Dall’alto si affaccia un angelo che da una nuvola porge la palma del martirio a Matteo. Tutto lo spazio compositivo a disposizione viene utilizzato e dai gesti scomposti e dalle posture dei vari personaggi si intuisce tutto l'orrore e la tensione per essere testimoni di una scena simile.
Nel gruppo dei personaggi sconvolti da quanto sta accadendo e presi quasi da una forza centrifuga, Caravaggio, rifacendosi a Raffaello e a Leonardo, ha voluto lasciare il proprio autoritratto come se fosse stato un testimone oculare: è l’uomo che si trova a sinistra del carnefice, con la barba corta, con i capelli trascurati ed il viso segnato da rughe. Ha un’espressione tesa e pensierosa e quasi è seminascosto dall’oscurità dello sfondo.
San Matteo e l'Angelo - Chiesa di San Luigi dei Francesi
San Matteo e l’Angelo
Olio su tela - 295×195 cm
“L’Angelo che appare a San Matteo” è una delle tre opere che compongono il ciclo pittorico destinato alla cappella Contarelli, ubicata all’interno della chiesa di San Luigi dei Francesi in Roma, realizzata dal Caravaggio tra il 1602 e il 1603 e commissionata dagli eredi del cardinale Mathieu Cointrel (italianizzato in Matteo Contarelli).
Nel dipinto, si può vedere San Matteo seduto a un tavolo, intento a scrivere, mentre un angelo gli appare da dietro, mostrandogli la verità divina. La luce radente mette in risalto le espressioni facciali, le mani e gli abiti, creando un forte contrasto tra le zone illuminate e quelle in ombra. Caravaggio utilizzò modelli reali per i suoi dipinti, rendendo le scene più vicine alla vita quotidiana. La scelta di angoli di luce e composizioni dinamiche conferisce al dipinto un senso di teatralità e coinvolgimento emotivo.
Il pittore realizzò due versioni di San Matteo e l’angelo; nella prima, San Matteo ha le sembianze di un uomo rozzo e inconsapevole che, stupito, si lascia guidare la mano da un angelo paziente il quale, rimanendogli accanto, in piedi, lo aiuta a scrivere il suo vangelo.
Secondo alcuni studiosi, la tela fu contestata e quindi rimossa dall’altare maggiore subito dopo la sua collocazione. Essa fu ritenuta volgare a causa dell’aspetto grossolano che l’artista aveva imposto al santo. Altri invece, sostengono che lo stesso Caravaggio, resosi conto del sottodimensionamento del dipinto rispetto al vano a cui era destinato, e del contrasto della composizione rispetto alle regole di centralità dettate dalla Controriforma in merito alla rappresentazione dei martiri-eroi, avesse deciso di proporre un’alternativa.
In questa seconda versione, San Matteo ha un aspetto diverso, più distinto. Anche se, secondo la tradizione, è un ignorante ed un non così fervido credente; risulta sorpreso ma non inconsapevole, perché è ispirato ma non guidato. San Matteo ha un’aureola accennata, è a piedi nudi. Ha la gamba sinistra sopra uno sgabello traballante, poiché è intento a scrivere.
L’angelo lo sorprende con il suo arrivo, tanto da fargli perdere l’equilibrio mentre si gira per guardarlo. Il messaggero lo aiuta dettandogli le parole divine. Con la posa delle dita è chiaro che tiene la conta, nell’elencargli la genealogia di Cristo. Lo sguardo di Matteo è vivido, attento, devoto, rispettoso. E’ in attesa di cogliere il sacro verbo con la sua mano pronta che impugna una penna.
La vocazione di San Matteo - Chiesa di San Luigi dei Francesi
La vocazione di San Matteo
Olio su tela - 322×340 cm
La Vocazione di San Matteo è un dipinto ad olio su tela, realizzato da Caravaggio intorno 1599. Il dipinto è la prima commissione pubblica ottenuta a Roma da Caravaggio per la chiesa di San Luigi dei Francesi.
L’opera fa parte di un gruppo di tre quadri destinati alla
cappella del cardinale Matteo Contarelli. Il quadro raffigura l’episodio
evangelico in cui Matteo, esattore delle tasse attaccato al denaro, abbandona
il suo lavoro per seguire Gesù.
La scena si svolge in un ambiente angusto, appena rischiarato dalla luce fioca che proviene da una finestra. Matteo è seduto aun tavolo, con altri quattro esattori, per la conta del denaro. Tutti sono abbigliati con vestiti moderni, come quelli in uso ai tempi di Caravaggio; è una delle prime volte che si ambienta un evento sacro nel presente e lo si dipinge con estremo realismo.
Sulla destra due figure irrompono nella scena: sono Cristo e san Pietro. Con loro entra un fascio di luce che si proietta sugli uomini, accende i volti, le mani e parti dell’abbigliamento, lasciando il resto nell’oscurità. Gesù, col gesto imperioso della mano tesa, indica Matteo, e Matteo indica se stesso, stupefatto di essere proprio lui il prescelto. I due esattori più giovani si volgono verso Cristo ma non colgono la grandezza dell’evento. Gli altri non sollevano neppure la testa e continuano a contare il denaro. La vocazione di San Matteo segna un punto di svolta nel modo in cui Caravaggio illumina le sue opere: nei quadri precedenti la sua pittura è ancora “chiara”, le immagini stanno sullo sfondo nette e senza contrasti, la luce è per lo più diffusa.
Da questo momento l’illuminazione della scena diventa invece direzionale: la luce squarcia l’oscurità da diverse angolazioni con violenta intensità drammatica. La luce, nella Vocazione di San Matteo, è il simbolo della Grazia divina che investe tutti gli uomini: solo Matteo però risponde alla chiamata di Gesù. É la trasposizione pittorica del concetto di libero arbitrio: ogni uomo può scegliere se seguire o no la via della salvezza.
Il dipinto viene restaurato nel 1939 e poi nel 1965. Le radiografie eseguite nel corso del restauro rivelano che la figura di san Pietro è stata aggiunta in un secondo momento, probabilmente per inserire nel quadro un riferimento diretto alla Chiesa, mediatrice tra Dio e l’uomo. La Vocazione di san Matteo si trova nella Cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.
La Madonna dei pellegrini - Chiesa di Sant'Agostino
La Madonna dei pellegrini
olio su tela - 260×150 cm
La prima cappella della navata sinistra della Chiesa di Sant’Agostino è la Cappella della Madonna di Loreto, famosa per ospitare uno dei massimi capolavori del Caravaggio, la "Madonna dei Pellegrini", dipinta tra il 1603 e il 1604.
Le figure circondate dall'oscurità risaltano nella loro pienezza e drammaticità: ai piedi di una giovane madre appoggiata allo stipite di una casa povera, sono umilmente in ginocchio due pellegrini vestiti di stracci a mani giunte in segno di adorazione e gioia nel vedere le due dolci figure. Il bambino investito di spalle dalla luce rivolge loro lo sguardo come la mamma e tende la mano in segno di benedizione.
L'opera venne
commissionata al Caravaggio dal notaio bolognese Cavalletti per essere
posizionata nella cappella di famiglia, ma quando il dipinto fu esposto al
pubblico “ne fu fatto dai preti e da' popolani estremo schiamazzo”. Secondo
alcuni studiosi l'opera suscitò scalpore perché il Caravaggio utilizzò, come
modella per la Madonna, tale Maddalena Antognetti, detta Lena, che varie fonti
indicano come prostituta, altre come amante dello stesso Caravaggio. Proprio a
Lena è legato uno dei vari episodi violenti legati al grande artista: sembra,
infatti, che Lena avesse posato per il Caravaggio contro la volontà del notaio Mariano
Pasqualone, spasimante della donna, e che questi avesse insultato la madre di
Lena per averla ceduta “ad uno scomunicato e maledetto”.
Il carattere litigioso e violento dell'artista non si smentì neanche in questa circostanza tanto che a piazza Navona aggredì il Pasqualone con una scure, fatto questo che lo costrinse prima a chiedere asilo, per qualche tempo, proprio nella chiesa di S. Agostino e poi a fuggire a Genova. Probabilmente non fu la presenza di Lena nel dipinto a destare scalpore, bensì gli “umili pellegrini”, raffigurati con la pelle rugosa, gli abiti sdruciti ed i piedi piagati e sudici per il faticoso viaggio, nonché la cuffia della donna, anch'essa sporca e rovinata che andava contro i canoni non solo dell'arte del tempo, ma anche, e specialmente, di quelli derivanti dal Concilio di Trento.
Nella
"Madonna dei Pellegrini", Caravaggio si distingue per la sua capacità
di unire la spiritualità religiosa con la rappresentazione realistica della
vita quotidiana, trasmettendo un messaggio universale di compassione e umanità.








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