domenica 11 febbraio 2024

Biografia di Michelangelo Merisi (Caravaggio)

 Michelangelo Merisi (detto Caravaggio)



Nasce nel 1571, fu chiamato Caravaggio dal nome del paese in provincia di Bergamo dove aveva vissuto da bambino (egli si firma Michelangelo Merisi).
La sua figura fu oggetto di critiche già dai suoi contemporanei che condannavano le oscene nudità, l'offesa alla decenza e al decoro. Il carattere inoltre, ribelle e violento, tramandò l'idea di un uomo stravagante al limite della pazzia.
La sua pittura riproduce la nuda realtà: i suoi santi erano modelli tratti dalla strada, le sue scene sacre rappresentano gesti e contesti quotidiani. Le opere vengono rifiutate dagli ordini religiosi.

Caravaggio, nato nel nord Italia, ben presto si trasferisce a Roma per fare carriera. Nel 1601 a Roma si trovava ancora senza un recapito. Forse la famiglia aveva alcuni terreni e rimasto orfano furono venduti per il soggiorno a Roma. Aveva l'abitudine di lavorare un paio di settimane e per un mese andare a spasso con una spada e un servo a fianco, duellando, facendo risse e giocando a palla.

Nel 1603 riceve una querela per aggressione; poco dopo viene citato in tribunale per aver diffuso poesie scurrili; un garzone di osteria lo accusò di avergli tirato in faccia un piatto di carciofi.
Nel 1605 è arrestato per porto di armi abusive; lo stesso anno aggredisce una notaia; è querelato da una donna per aver preso a sassate una finestra.

Nel 1606 uccide Panuccio Tommasoni dopo un litigio alla pallacorda. Sarà costretto a fuggire da Roma rifugiandosi in diverse città per evitare la condanna a morte. Fugge a Napoli, Malta (dove verrà imprigionato). Evaso dal carcere vaga a Siracusa, Messina, Palermo, di nuovo Napoli dove viene aggredito dalle guardie, ridotto quasi in fin di vita e arrestato. Morirà sulla spiaggia di Porto Ercole poco prima di ricevere la gloria del papa nel 1610.

Fin dalle prime esperienze artistiche Caravaggio dimostra una straordinaria capacità di cogliere la realtà attraverso la luce. Nella bottega del Cavalier D'Arpino a Roma si specializza nella natura morta che rende estremamente realistica, dipingendo gli effetti della luce sulla buccia dei frutti (le pesche vellutate, gli acini umidi, le foglie rinsecchite.). Preferisce dipingere canestri di frutta matura quasi ammaccata, che simboleggiavano la caducità della vita umana ed erano presagio di morte.
Queste opere spesso presentano anche l'autoritratto del pittore e diventano soggetti mitologici (bacco) simbolicamente rappresentati.

A Roma dipinge per molti ordini religiosi. Le figure dei santi vengono sempre molto umanizzate (prende i modelli dalla strada), inserisce le scene in luoghi modesti (taverne). Caravaggio ribalta, rispetto al passato, il concetto di santità. Le aureole sono appena visibili: la santità sta tra la gente umile.


Davide con la testa di Golia - Galleria Borghese

 Davide con la testa di Golia

olio su tela - 1609-1610


Eseguito nel 1609/10, è uno degli ultimi dipinti di Caravaggio e probabilmente il più drammatico. Raffigura il giovane David che mostra, reggendola per i capelli, la testa mozza del gigante Golia. In quella testa c’è l’ultimo, tragico autoritratto dell’artista. Caravaggio si è ritratto come un morto decapitato, sottolineando i dettagli macabri, gli occhi spenti e stralunati, la bocca aperta con la lingua girata all’indietro nell’ultimo grido, il sangue che scende copioso. La macabra identificazione nasceva con buone probabilità dal timore dell’artista di subire la stessa sorte di Golia. Il dipinto si colloca infatti negli anni della fuga di Caravaggio dopo la condanna a morte per omicidio.

La scelta del soggetto, con la vittoria dell’eroe d’Israele sul gigante filisteo Golia, si deve probabilmente allo stesso pittore. David non manifesta un fiero atteggiamento di trionfo mentre regge e osserva il capo mozzato di Golia; la sua espressione è piuttosto di pietà verso quel “peccatore”, nel cui viso Caravaggio avrebbe raffigurato il proprio autoritratto. L’iscrizione che compare sulla spada “H.AS O S” è stata sciolta dalla critica con il motto agostiniano Humilitas occidit superbiam.(l'umiltà uccise la superbia) 

L’episodio biblico diventa quindi impressionante testimonianza degli ultimi mesi di vita di Caravaggio, rendendo plausibile l’ipotesi secondo la quale il pittore avrebbe inviato la tela al cardinale Scipione Borghese, quale dono da recapitare al pontefice Paolo V per ottenere il perdono e il ritorno in patria. La grazia fu accordata ma Caravaggio, quasi al termine del viaggio verso Roma, morì sulla spiaggia di Porto Ercole per circostanze ancora misteriose.



sabato 10 febbraio 2024

San Giovanni Battista - Galleria Borghese

San Giovanni Battista 

olio su tela -  159×124 cm



Il quadro faceva parte del gruppo di dipinti portati con sé dall’artista nel viaggio di ritorno via mare da Napoli a Roma, intrapreso nel 1610 dal pittore con la speranza di ottenere la grazia dalla condanna a morte inflittagli nel 1606 da Paolo V.

L’intento era quello di ottenere l’intercessione del papa, offrendo le opere in dono a suo nipote, il cardinale Scipione Borghese, già proprietario della Madonna dei Palafrenieri Il ragazzo con canestra di frutta  e l’Autoritratto in veste di Bacco . Ma, come affermano alcune missive, nei pressi di Palo, sulla costa a nord di Roma, Caravaggio venne ingiustamente imprigionato, perdendo così la nave che trasportava il suo prezioso bagaglio.

Il dipinto non fu esposto inizialmente nella Galleria Borghese, ma nel Palazzo Borghese di Ripetta, forse per nasconderlo, dopo la morte di Caravaggio, che muore per recuperare questo lasciapassare per la vita, a Porto Ercole, dopo che il quadro era stato portato lì dalla piccola imbarcazione a vela che lo trasportava a Roma. 

L'opera rappresenta Giovanni Battista, figlio di Elisabetta e cugino di Gesù, qui ritratto sorpreso a meditare in un ambiente ombroso accanto a un montone, simbolo della redenzione dell’uomo attraverso il sacrificio di Cristo. Il santo è raffigurato seduto su un lungo drappo rosso, colore che allude al sangue versato durante il suo martirio, mentre sostiene con la mano sinistra un'esile canna, un riferimento alla vita di penitenza e di preghiera vissuta dall'uomo nel deserto.



San Girolamo - Galleria Borghese

 San Girolamo

olio su tela . 112×157 cm


Questo dipinto fu eseguito da Caravaggio per Scipione Borghese tra il 1605 e il 1606, ormai fedele ammiratore dell’artista. 
Fu tra le prime opere dell’arista a entrare a far parte della collezione del potente cardinale. Probabilmente Caravaggio volle ringraziarlo con questo dipinto per essere intervenuto nel risolvere alcuni suoi guai giudiziari.
 
Il pittore era infatti conosciuto per il suo temperamento impulsivo, facile allo scontro e all’ira che gli procurò molti problemi nel corso della sua breve vita. Protagonista del quadro è San Girolamo, eremita, dottore della Chiesa e autore della traduzione della Bibbia dall’ebraico al latino, la cosiddetta “Vulgata”. Il santo è molto frequente nei dipinti del periodo della Controriforma cattolica e infatti Caravaggio stesso eseguì almeno altre due tele con lo stesso soggetto. 
Una è conservata nella concattedrale di San Giovanni a La Valletta, nell’isola di Malta e l’altra nel monastero di Montserrat in Spagna.

Nell’opera ci colpisce la splendida rappresentazione della natura morta sul tavolo e il forte impatto cromatico dato dal mantello rosso che avvolge la figura del santo. Caravaggio descrive Girolamo come un anziano curvo sui libri delle Sacre Scritture, così ci appare più uno studioso che un penitente eremita quale fu. L’uomo infatti è concentrato nel suo lavoro di spiegazione critica del testo biblico, al fine di comprenderne a fondo il significato e divulgarlo a tutti i fedeli. La testa di San Girolamo, intenta alla lettura e all’interpretazione, si oppone simbolicamente alla vanità dei beni terreni, rappresentata dal teschio.

Vita e morte, passato e presente sembrano fronteggiarsi nel dipinto che si divide in due grandi campi di colore. L’uno caratterizzato dai toni caldi della pelle del santo e del suo mantello, l’altro dai toni freddi del libro aperto su cui campeggia il teschio e del drappo bianco. Noterete un’esecuzione molto rapida data da un’immediatezza nella stesura del colore, applicato con pennellate ben evidenti che potrebbe farci pensare a una tela lasciata incompiuta. Magistrale e tipico di Caravaggio è l’utilizzo della luce che irrompe in un ambiente appena accennato facendo emergere dal fondo i colori. Dal rosso passando per una varietà di marroni e arrivando al bianco.

L’artista non si concede alle idealizzazioni estetiche nel raffigurare il santo, soffermandosi su dettagli come le rughe della fronte o la lunga barba grigia e incolta, consegnandoci un altro capolavoro di grande realismo.


La Madonna dei Palafrenieri - Galleria Borghese

 La Madonna dei Palafrenieri

olio su tela - 292×211 cm


La “Madonna dei Palafrenieri” è un dipinto realizzato tra il 1605 e il 1606 .
Il dipinto mostra sulla tela tre figure, la Vergine Maria, il Bambino Gesù e Sant’Anna, mentre nella parte centrale, in basso, viene raffigurato il serpente, prontamente calpestato dal Bambino, quale emblema dell’eliminazione del peccato originale.

Ne consegue che il significato simbolico dell’opera è racchiuso nell’azione determinata della Madonna, simbolo della Chiesa, che schiaccia il serpente, simbolo del peccato, aiutata dal piccolo Gesù. Sullo sfondo buio, la luce giunge dall’alto, illuminando il corpo del Bambino Gesù e della Vergine Maria.
Il dipinto la “Madonna dei Palafrenieri” viene commissionato al Caravaggio dall’Arciconfraternita dei Palafrenieri Pontifici e, inizialmente è destinato ad essere collocato nella loro cappella nella Basilica di San Pietro in Vaticano, ma, poco tempo dopo, l’opera viene trasferita nella vicina Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri.

Il prezzo dell’opera si aggira intorno alla cifra di 70 scudi, definito dalla critica troppo modesto per una quadro di questa portata. Nonostante ciò, il Caravaggio accetta l’incarico forse per necessità economiche o forse per la notorietà e il prestigio a seguito della collocazione dell’opera nella Basilica di San Pietro. Alla fine il dipinto viene però rifiutato dai committenti per una serie di ragioni: Gesù bambino raffigurato troppo grande per essere inopportunamente lasciato nudo, il distacco eccessivo dall’azione di Sant’ Anna, personificazione della Grazia, a parere degli esperti, troppo distratta e quasi incosciente di fronte all’azione eccessivamente pericolosa del piccolo Gesù e, infine, la figura della Vergine Maria, definita troppo scollata e modellata sull’immagine di una prostituta ( tale Maddalena Antognetti, conosciuta con il nomignolo di Lena, che viene immortalata dal Caravaggio in altri due dipinti: “La Madonna dei Pellegrini”, anno 1604, conservata presso la Basilica di Sant’Agostino a Roma e “Maria Maddalena in estasi”, anno 1606 – Collezione privata), suscitando grandi critiche e scalpore. L’opera viene considerata per quel tempo come Eretica. In seguito il dipinto viene venduto per pochi scudi al Cardinale Scipione Borghese, trovando collocazione nella celebre Galleria Borghese.



Il Bacchino malato - Galleria Borghese

 Il Bacchino Malato

olio su tela - 67×53 cm


Il Bacchino Malato è un dipinto realizzato da Michelangelo Merisi, nel 1593. L'opera raffigura un giovane conosciuto come il dio del vino, Bacco o Bacchus, rappresentato in uno stato di malattia o ubriachezza.

I’opera è stata realizzata da Caravaggio presso la bottega di Giuseppe Cesari, meglio conosciuto come il Cavalier d'Arpino, pittore di grande successo in quel periodo. Infatti, questo dipinto - assieme al Fanciullo con canestro di frutta - rimarrà nella bottega di Cavalier d'Arpino fino a quando, nel 1607, per motivi fiscali, entrambi i dipinti furono requisiti dagli emissari di Papa Paolo V e consegnati al nipote del papa stesso il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, noto collezionista dell'epoca, divenendo parte della collezione dell'odierna Galleria Borghese.

Il titolo del dipinto è dovuto al colorito della pelle del soggetto che, secondo alcuni studiosi, sarebbe proprio un autoritratto dello stesso Caravaggio, eseguito durante la sua convalescenza in seguito al ricovero presso l'ospedale della Consolazione (l'ospedale dei poveri), avvenuto - sembra - per una ferita alla gamba causatagli dal calcio di un cavallo.

Il Bacchino Malato è un'opera che suscita molte emozioni e sensazioni nel fruitore grazie alla maestria pittorica di Caravaggio. La figura del giovane dio, riprodotto a grandezza naturale, è rappresentata seduto su un divano con uno sguardo assente, gli occhi chiusi e la testa reclinata. La sua posa e la sua espressione  trasmettono un senso di malinconia e debolezza. Il corpo del Bacchino è privo di forza e di vigore, come se fosse stato colpito da una grave malattia o avesse abusato del vino.

Il Bacchino Malato è un'opera che suscita molte emozioni e sensazioni nel fruitore grazie alla maestria pittorica di Caravaggio. La figura del giovane dio, riprodotto a grandezza naturale, è rappresentata seduto su un divano con uno sguardo assente, gli occhi chiusi e la testa reclinata. La sua posa e la sua espressione  trasmettono un senso di malinconia e debolezza. Il corpo del Bacchino è privo di forza e di vigore, come se fosse stato colpito da una grave malattia o avesse abusato del vino.

La tecnica pittorica del Caravaggio è evidente nell'uso del chiaroscuro, che conferisce profondità e drammaticità al dipinto. Le sfumature sottili e i dettagli precisi, come le gocce di sudore sulla fronte del Bacchino e la trama della tunica, sono eseguiti con una precisione straordinaria.

Ciò che rende questo dipinto così potente è la sua capacità di evocare emozioni e riflessioni nel pubblico. La figura del Bacchino malato può essere interpretata in molti modi: come una riflessione sulla fragilità umana, sulla natura effimera della gioventù o come una rappresentazione della lotta tra piacere e dolore. La sua malattia o ubriachezza può essere vista come una metafora delle sfide e dei vizi che affliggono l'umanità.


Giovane con canestra di frutta - Galleria Borghese

 Giovane con canestra di frutta

olio su tela - 74×78 cm


Fanciullo con canestro di frutta è un dipinto realizzato tra il 1593 ed il 1594.

La maggior parte dei critici ritiene che l’opera Fanciullo con canestro di frutta viene realizzata durante il periodo “romano” quando il Caravaggio si trova presso la bottega del pittore Giuseppe Cesari, più noto come il Cavalier d’Arpino, suo primo maestro. Quest’ultimo non intuisce subito le altissime qualità artistiche del Caravaggio, ordinandogli di eseguire esclusivamente nature morte, per lo più “fiori e frutti”.

L’opera rientra nelle composizioni giovanili del Caravaggio (all’epoca poco più che ventenne) e risale allo stesso periodo del dipinto Bacchino malato anch’esso eseguito presso la bottega del Cavalier d’Arpino (anno 1593-1594); tale notizia è confermata dalla circostanze che nel 1607, molto quadri vengono sequestrati al Cavalier d’Arpino dagli emissari di Papa Paolo V (al secolo Camillo Borghese) e successivamente donati al Cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, collezionista d’arte nonchè suo nipote. 

Il sequestro prende origine da un processo che vede coinvolto il Cavalier d’Arpino con l’accusa di aver sfregiato il pittore Cristoforo Roncalli, più noto come il Pomarancio. In tal modo i due dipinti il Fanciullo con la canestra di frutta e Bacchino malato entrano a far parte della collezione della Galleria Borghese. Una altra parte della critica ritiene invece che l’opera Fanciullo con canestro di frutta viene eseguita dal Caravaggio fuori dalla bottega del Cavalier d’Arpino, facendo posare un suo amico pittore, certo Mario Minniti, con cui divideva l’alloggio.

Ne deriva che l’identità del personaggio ritratto nell’opera è tutt’ora sconosciuta. Nè può ritenersi l’ipotesi, come avanzano alcuni esperti studiosi, della rappresentazione di una donna (ipotesi avanzata dal dettaglio della spalla scoperta, simbolo di sensualità femminile) in quanto è cosa accertata che al Caravaggio non siano mai state attribuite relazioni con dame dell’epoca. 

Il dipinto è contraddistinto da un eccezionale realismo, con il giovane in posa di tre quarti, che regge il cesto colmo di diverse tipologie di frutti, molti dei quali riportano piccole imperfezioni naturali. Alcuni esperti vedono nel quadro una discordanza tra la muscolatura del collo nello sforzo di reggere la cesta con il fatto che la stessa venga sorretta da un solo braccio anziché entrambi.

L’opera, a luce quasi frontale, offre agli spettatori uno scorcio di chiaroscuri nei quali emergono indiscusse le enormi capacità artistiche del Caravaggio: basti ammirare i particolari cromatici della cesta e i colori della frutta e delle foglie.

La Maddalena penitente - Galleria Doria Pamphilj

La Maddalena penitente 

olio su tela - 122,5×98,5 cm

La Maddalena Penitente è un dipinto realizzato tra il 1594 e il 1595. Con molta probabilità il dipinto Maddalena Penitente viene commissionato al Caravaggio dal Cardinale Francesco Maria del Monte.

L’opera  raffigura la giovane fanciulla al centro della composizione, seduta su una sedia bassa, il capo chinato in avanti, lo sguardo rivolto verso il basso e le mani poggiate sul grembo. Accanto alla fanciulla, sul pavimento sono sparsi unguenti, monili e pietre, simboli della vanità e della frivolezza.

Analizzando la postura della Maddalena si può ben affermare che la stessa incarna perfettamente la penitenza di una peccatrice che rinuncia ai vizi e all’avidità, rifiutando collane e libagioni lasciate in terra volutamente. La posizione rilassata in abbandono divino simboleggia un intimo raccoglimento spirituale.

Guardando l’opera ingrandita, è possibile cogliere la presenza di una lacrima dipinta che staziona tra l’occhio e la narice sinistra, idonea ad attestare la sincerità del pentimento. La luce è volutamente diretta a centralizzare la figura femminile scurendo tutti i contorni, ponendola in estasi all’interno della stanza, con l’obiettivo di dare la massima importanza al pentimento della Maddalena come ci raccontano i libri del Vangelo.

Il drappo rossastro che si srotola a terra fa da contrappeso all’opera leggermente più pesante sul lato sinistro: Caravaggio fu il primo artista tra tutti non solo a proporzionare le sue opere ma ad applicare un equilibrio dei pesi tra i diversi oggetti e soggetti rappresentati.

La modella dell’opera è Anna Bianchini o meglio conosciuta come “Annuccia”  “dai capelli rosci et lunghi”, cortigiana operante a Roma nel cinquecento e modella preferita del Caravaggio che la immortala anche in altri celebri dipinti come “Riposo durante la fuga in Egitto“ (anno 1597- Galleria Doria Pamphilj di Roma), “Marta e Maria Maddalena” (anno 1598 – Institute of Arts di Detroit, nel quale Anna Bianchini riveste i panni di Marta) e “Morte della Vergine” (anno 1604 – Musée du Louvre di Parigi).


Il riposo durante la fuga in Egitto - Galleria Doria Pamphilj

Il riposo durante la fuga in Egitto

olio su tela - 135,5×166,5 cm


“Riposo durante la fuga in Egitto” è un dipinto realizzato da Caravaggio tra il 1595 ed il 1596.
.
Con molta probabilità il dipinto  appartiene al periodo giovanile del Caravaggio, durante il primo soggiorno romano: si intuisce dai colori molto brillanti che invece, successivamente, il Caravaggio tende a scurire per dare maggiore contrasto tra ombra e luce.

Il dipinto fu commissionato da monsignor Fantino Petrignani, che abitava nella parrocchia di San Salvatore in Lauro a Roma e presso il quale Caravaggio ricevette "la comodità di una stanza" all'inizio del 1594, dopo aver abbandonato la bottega del Cavalier d'Arpino. Tale informazione, però, non ha convinto unanimemente gli studiosi: vista l'importanza data al tema della musica, altri hanno ipotizzato che l'opera sia stata commissionata da ambienti legati agli Oratoriani. Altri studiosi, invece, ipotizzano che il dipinto sia frutto della committenza del cardinal Pietro Aldobrandini (nipote di papa Clemente VIII) il quale si dilettava di musica.

L’opera affronta un brano della religione cristiana tratto dal Vangelo di Matteo 2,12- 13 e concerne la fuga dalla Palestina verso l’Egitto a causa delle persecuzioni di Erode il Grande. Angoscia, pericolo ed ansia non trapelano in alcun modo dai volti della Sacra Famiglia.

Modella per la figura della Vergine è la cortigiana Anna Bianchini, che posa per altre tre opere del Caravaggio, anche a carattere religioso: la “Maddalena Penitente” (anno 1597- Galleria Doria Pamphilj di Roma), “Marta e Maria Maddalena” (anno 1598 – Institute of Arts di Detroit) e “Morte della Vergine” (anno 1604 – Musée du Louvre di Parigi).

Al centro del quadro è ritratto un angelo in piedi e di spalle, intento a musicare con un violino il testo del Cantico dei Cantici. L’angelo è coperto soltanto da un drappo bianco che lascia intravedere le forme del corpo nudo e presenta due grandi ali di colore nero che rappresentano il confine che divide in due parti distinte la scena: la parte sinistra dove è presente la figura di Giuseppe, con il volto stanco e con i piedi nudi, e dove la vegetazione è misera (povertà), per finire nella parte destra dove sono raffigurati la Vergine Maria e il Bambino Gesù, teneramente stretti in un abbraccio, e dove l’ambiente naturale risulta maggiormente rigoglioso e fertile (beatitudine). Infine se osserviamo attentamente l’opera possiamo notare che il violino che l’angelo sta suonando presenta una corda spezzata, che simboleggia la fragilità della vita.
Anche la dinamica è alquanto inusuale: Giuseppe appare quasi come figura in secondo piano ed in ombra rispetto alla Vergine Maria illuminata di luce Divina con in braccio il suo piccolo Gesù protesa ad un atteggiamento particolarmente materno.



venerdì 9 febbraio 2024

San Giovanni Battista - Pinacoteca Capitolina - Galleria Doria Pamphilj

 San Giovanni Battista

olio su tela - 129×94 cm


Il dipinto, un olio su tela, fu realizzato nel 1602 ed è esposto a Roma nei Musei Capitolini. Caravaggio lo dipinse per un parente del cardinale Mattei, quando risiedeva presso quest’ultimo, per festeggiare l’onomastico del suo figlio maggiore, Giovanni. 

Questa opera esiste in due versioni quasi identiche, entrambe ritenute dell'artista. Entrambe le versioni si trovano a Roma; l'altra è esposta nella Galleria Doria Pamphilj.
L’opera rappresenta un giovinetto nudo, sorridente che posa di fianco, ma con il viso rivolto verso lo spettatore. I richiami allo stile classico sono evidenti: lo studio dei volumi, il busto leggermente torto, il fatto che venga esibita la nudità senza alcun scrupolo.
La stessa posizione si ritrova dei corpi nudi della Cappella Sistina di Michelangelo e per l’uso dei chiaroscuri l’influenza di Annibale Carracci è evidente.

L’inventario di casa Mattei non riporta alcun titolo per questa tela per cui è abbastanza difficile individuare l’identità del soggetto rappresentato. La presenza dell’ariete, simbolo della Redenzione, che il giovanetto abbraccia e della pelliccia su cui lo stesso è seduto, ci fa supporre che Caravaggio abbia voluto dipingere San Giovanni Battista. Infatti, se il mantello sotto la pelliccia è il simbolo di Cristo, la pelliccia ricorda proprio San Giovanni. Inoltre, la posa del santo che abbraccia come un fratello l'ariete, si può intendere che Caravaggio volesse sottolineare l'importanza del Battista, precursore e quasi fratello (più che cugino) del Cristo.

Invece, alcuni critici nel definire la tela “Pastor friso” o “Giovane ignudo”, hanno sottolineato l’atmosfera disincantata e allegra che emana dalla composizione che, per questo, sembrerebbe richiamare la mitica Arcadia, abitata da pagani, più che un San Giovanni Battista che predicava e meditava in Giudea.




La Buona Ventura - Pinacoteca Capitolina

 

La Buona Ventura

olio su tela - 115 x 150 cm


La buona ventura è un’opera giovanile, realizzata fra il 1593 e il 1594, quando Caravaggio era ventenne. L’influenza della tradizione artistica lombarda è molto evidente. L’olio su tela, esposto nei Musei Capitolini di Roma, rappresenta una giovane ed avvenente zingara che con la scusa di leggere la mano ad un ingenuo giovane, appartenente all’aristocrazia, con molta destrezza, ne approfitta, per
sfilargli l’anello dal dito.

Il ragazzo indossa dei vestiti eleganti, una giacca di velluto da cui esce un colletto di una camicia di tessuto prezioso. Sul fianco sinistro si intravede l’elsa di una spada. Con uno sguardo incerto e con incredulità, egli ha il viso rivolto verso la zingara. Il fatto che tenga la mano sinistra sul fianco, significa una certa spavalderia dovuta alla differenza di classe sociale. Tuttavia, gli occhi ci fanno capire un po’ di timore, forse derivato dalla sicurezza che, invece, emana lo sguardo della ragazza, attenta a sorvegliare le reazioni del giovane. Essa sta accennando anche un sorriso,
chiaramente forzato.

Il dipinto diventò ben presto celebre anche per l’insegnamento morale sottinteso: non bisogna lasciarsi attrarre dalle facili deduzioni perché esse, spesso celano l’inganno. Esiste tuttavia un’ altro insegnamento sotteso: non è ammissibile il desiderio di conoscere il proprio destino senza rispettare la volontà divina che lo determina.

Alcune indagini scientifiche hanno dimostrato che Caravaggio, in questo caso, ha utilizzato una tela già dipinta, almeno in parte.; sono anche emersi alcune correzioni, anche perché Caravaggio aveva l’abitudine di applicare direttamente i colori senza un disegno preliminare ben definito. Infatti, come traccia, l’artista utilizzava soltanto i solchi lasciati sulla tela dal retro del pennello.

Il formato orizzontale del dipinto (115 x 150 cm) è, può essere diviso simmetricamente in due metà in senso verticale. A destra è collocato il giovane aristocratico, e, a sinistra, la zingarella. I volti si trovano alla stessa altezza e con una inclinazione speculare verso. I loro corpi sono ruotati verso il centro dell’opera e le braccia, destro della zingara e sinistro del giovane, sono anch’essi in una posizione speculari e descrivono una sorta di parentesi.
L’opera, che appartiene al ciclo delle rappresentazioni della vita di strada, fu nel tempo acquistata dal Cardinale Del Monte e ne esiste un’altra versione, esposta al Louvre.


San Giovanni Battista - Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Corsini

 

San Giovanni Battista

Olio su tela - cm 94 x 131


La tela si suppone sia entrata a far parte della collezione Corsini (risulta la prima volta in un inventario della medesima del 1808) a seguito del matrimonio tra Bartolomeo Corsini e donna Felice Barberini nel 1758.

Si è a lungo dubitato dell’autografia di questo dipinto, sebbene esistano altre versioni dello stesso soggetto realizzate da Caravaggio in maniera piuttosto simile.

San Giovanni, seduto, guarda verso sinistra appoggiando il peso del tronco sul braccio destro mentre quello sinistro, piegato, riposa con la mano poggiata sul ginocchio. Questa particolare posizione, ha fatto pensare che il Caravaggio si sia ispirato al Galata Morente, bronzo greco riprodotto in marmo a Roma e che oggi si trova ai Musei Capitolini.

Il rosso del mantello è di un tono spento come anche non rifulge il bianco del drappeggio che cinge San Giovanni. Il suo sguardo , che è in realtà celato allo spettatore , è come perso, sovrappensiero, in un momento d’abbandono.

Anche i simboli sono ridotti al minimo: sparita la pelle di cammello, si intravede appena uno dei due bracci della croce alla fine della canna. Il santo ha accanto una ciotola ed alle spalle, dall’oscurità, emergono le sagome di tronchi. Forse cipressi. Il tronco è colpito dalla luce e non mostra certo né le forza né la muscolatura di altri famosi quadri di Caravaggio

Probabilmente, Michelangelo Merisi voleva rappresentare proprio questo: la solitudine e la sofferenza dell’eremitaggio dove le privazioni inducono in san Giovanni Battista un momento di stanco abbandono.


Giuditta e Oloferne - Galleria nazionale d'arte antica - Palazzo Barberini

Giuditta e Oloferne

Olio su tela - 145×195 cm 


Il dipinto "Giuditta e Oloferne" di Caravaggio, realizzato intorno al 1598-1599, è uno dei capolavori più iconici dell'artista italiano.

L'identità esatta del committente del dipinto "Giuditta e Oloferne" di Caravaggio rimane avvolta nel mistero. Alcuni storici dell'arte suggeriscono che il committente potrebbe essere stato un membro della famiglia Sforza, una famiglia nobile italiana, o il cardinale Francesco Maria Del Monte, un mecenate e collezionista d'arte che fu un sostenitore di Caravaggio. Del Monte aveva una notevole collezione d'arte e commissionò diversi dipinti all'artista, contribuendo a stabilire la sua fama.

La storia di Giuditta e Oloferne narra di una donna ebrea chiamata Giuditta e del suo coraggioso atto di liberare il suo popolo dalla minaccia di un generale assiro chiamato Oloferne. La narrazione ha luogo durante l'assedio della città di Betulia da parte dell'esercito assiro guidato da Oloferne. I cittadini di Betulia, oppressi dalla fame e dalla disperazione, iniziano a perdere la speranza. Giuditta, una vedova e una donna rispettata nella comunità, decide di intervenire. Giuditta, guidata dalla fede e da un forte senso di giustizia, si reca nel campo degli assiri vestita con abiti sontuosi per attirare l'attenzione di Oloferne. La sua bellezza e la sua saggezza conquistano il generale, che la invita al suo accampamento. Durante la notte, mentre Oloferne è in stato di ubriachezza, Giuditta compie l'atto coraggioso e decapita il generale con la sua stessa spada. La donna ritorna trionfante a Betulia, portando con sé la testa di Oloferne. La vista del capo del loro nemico spinge gli assiri alla fuga, e Betulia è salva. Giuditta diventa eroina e guida il popolo in un canto di ringraziamento a Dio per la sua protezione.

La storia di Giuditta e Oloferne è stata oggetto di numerose rappresentazioni artistiche, tra cui quella celebre di Caravaggio, che ha immortalato il momento culminante dell'azione di Giuditta. La storia rimane un simbolo di coraggio, fede e determinazione nella lotta contro le avversità. Caravaggio affronta questo tema con una maestria e una brutalità sorprendenti. L'uso del chiaroscuro, una delle caratteristiche distintive dello stile barocco di Caravaggio, intensifica la drammaticità della scena. La luce intensa mette in risalto il viso concentrato di Giuditta, mentre il corpo decapitato di Oloferne è gettato nell'ombra, creando un forte contrasto visivo. La composizione cattura il momento culminante dell'azione: Giuditta, con una determinazione feroce, tiene la spada alzata e si prepara a compiere l'atto decisivo. L'espressione di Giuditta, intensa e concentrata, sottolinea il suo coraggio e la sua risolutezza di fronte a un compito così cruento. Il realismo di Caravaggio è evidente nei dettagli, come il sangue che sgorga dal collo di Oloferne e la resa accurata dei tessuti e dei dettagli dell'abbigliamento. La scena, pur essendo violenta, è resa con una bellezza e una maestria straordinarie, dimostrando la genialità dell'artista nel catturare l'emozione umana e la tensione narrativa.

"Giuditta e Oloferne" di Caravaggio ha influenzato numerosi artisti successivi e continua a suscitare interesse e ammirazione per la sua intensità emotiva e la sua capacità di rappresentare il dramma umano attraverso la pittura.




Narciso - Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini

 

Narciso

Olio su tela - 112×92 cm

L’attribuzione a Caravaggio di quest’opera non è stata semplice: Roberto Longhi è stato lo storico dell’arte che l’ha per primo attribuito a Caravaggio, ma negli anni c’è stato un dibattito aperto a riguardo, in quanto secondo alcuni il dipinto era da attribuire ad altri pittori come Orazio Gentileschi o Niccolò Tornioli.

Alcuni studiosi ritengono che l'opera sia stata realizzata da Caravaggio durante il suo primo periodo romano, tra il 1594 e il 1596. Altri, invece, sostengono che l'opera sia stata realizzata qualche anno dopo, durante il secondo periodo romano, intorno al 1600.

Al centro del dipinto c’è il mito greco di Narciso, che ha segnato la storia della cultura occidentale dall’immaginario artistico alla psicanalisi. Narciso è un giovane cacciatore, che con la sua bellezza fa strage di cuori. Ultima è la ninfa Eco, talmente addolorata dalla sua indifferenza da lasciarsi consumare fino a ridursi ad una flebile voce. Nemesi, la vendetta, decide di punire l’ingrato. Quando, nell’ombra di un fitto bosco, Narciso si china a bere su uno specchio d’acqua, si innamora del proprio riflesso credendo di aver incontrato un giovane di incredibile bellezza. Invano cercherà di toccarlo: secondo Ovidio morirà di dolore, mentre le fonti greche parlano di un annegamento nel tentativo di raggiungere l’altro. Il corpo del cacciatore sparirà, lasciando il posto al fiore che porta il suo nome.

In genere questo mito non fu molto sperimentato dai pittori. Il Narciso di Caravaggio è molto lontano dal mondo greco perché Caravaggio lo rende attuale. L’artista dipinge un riflesso simmetrico di Narciso, estremamente realistico e che trae in inganno il ragazzo del mito, e se non fosse per la sua trasparenza, potrebbe ingannare anche noi. L’artista, in questo caso ha scelto di catturare sulla tela il momento topico dell’intera storia: l’istante precedente in cui Narciso si sta avvicinando mortalmente al suo riflesso, prima di cadere nel fiume. 

La composizione della scena è perfetta e simmetrica: la già citata trasparenza del personaggio nella parte inferiore del quadro ci fa capire che quest’ultimo è un riflesso. La composizione è giocata sulla figura geometrica del cerchio, il cui centro è il ginocchio, nel quale c’è un’inversione (l’effetto riflesso) che diventa  un incrocio a x, una specie di memento mori che rimanda subito al parallelismo tra il viso fanciullo reale e quello adulto del riflesso. Come firma, Caravaggio appone la sua minuzia nella realizzazione dei particolari: l’acconciatura, i tessuti, le decorazioni, le pieghe, le cuciture.


San Francesco in meditazione - Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini - Chiesa di S. Maria della Concezione dei cappuccini

 

San Francesco in Meditazione

Olio su tela - 128×97 cm

Di questa tela ne esistono due esemplari. Il primo è quello trovato nella chiesa di San Pietro a Carpineto Romano, in provincia di Roma (oggi in deposito alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma ),  il secondo è quello situato nella Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini situata nel cuore dell’Urbe, in via Veneto.

I risultati diagnostici e l'analisi stilistico-iconografica propendono per una autografia del dipinto di Carpineto Romano. In questo vi sono chiari pentimenti visibili ai raggi X, mentre in quello della chiesa dei Cappuccini a Roma, non ve ne sono ; inoltre vi sono altri particolari differenti che favorirebbero la tela di Carpineto: la corda del saio, ad esempio, in questo è ben definita nella trama, certamente studiata dal vero, mentre quella dei Cappuccini è resa da una sola pennellata semplificatrice.

Insomma, la tela autografa sarebbe quella di Carpineto Romano, mentre quella dei Cappuccini dovrebbe essere una copia da mercato, realizzata, sotto la supervisione dell'artista, da collaboratori con interventi del maestro.

Per alcuni  studiosi la data di esecuzione del dipintoSan Francesco in meditazione” (quello di Palazzo Barberini)  , si collocherebbe intorno al 1606, quando Caravaggio, in fuga da Roma dopo l’assassinio di Ranuccio Tommasoni, si rifugia presso i feudi Colonna, vicini a quelli degli Aldobrandini, committenti dell’opera.

Uno dei problemi caravaggeschi più scottanti, anche per le implicazioni economiche e di prestigio che ne derivano, è quello dei “doppi”, cioè quadri tra loro pressoché identici di cui però uno è l’originale e l’altro (o gli altri) è replica (se di mano dell’autore stesso) o copia (se prodotto da altri: seguaci, imitatori, ecc.).

Nel dipinto ciò che colpisce l'osservatore è la figura del santo che osserva in modo sofferente il teschio e ha il volto provato. Il suo saio presenta vistosi e realistici buchi e toppe. Il misticismo contraddistingue la realizzazione, gli elementi del paesaggio e dell'atmosfera sono ridotti al minimo dall'artista per far sì che l'attenzione del l'osservatore sia completamente assorbita dal santo in linea con i principi della controriforma.

Il frate si trova davanti ad un tronco segato su cui posa una croce fatta di due semplici assi. Nel dipinto la luce che illumina il santo evidenzia delle tonalità rossastre e bluastre che indicano come il santo avvertisse i rigori dell'inverno e il gelo dentro la grotta. Sulla testa del santo vediamo una sottile aureola che è piuttosto rara nei dipinti di Caravaggio.




Martirio di San Matteo - Chiesa di San Luigi dei Francesi

 

Martirio di San Matteo

Olio su tela – 323×343 cm



Nel 1599, grazie all’interessamento del Cardinale Del Monte, Caravaggio ottiene l’incarico di dipingere tre tele per la cappella di Mathieu Cointrel, all’interno della chiesa di San Luigi dei Francesi, vicinissima al palazzo del cardinale. L’incarico prevedeva una tela centrale e due tele laterali. Sull’altare sarebbe stata collocata L'ispirazione di San Matteo, sul lato destro il Martirio di San Matteo e su quello sinistro la Vocazione di san Matteo.

Si tratta della commissione più importante affidata all’artista che segna anche una svolta epocale nella storia della pittura sacra; infatti, da questo momento in poi, Caravaggio abbandonerà definitivamente gli ultimi retaggi del tardo Cinquecento, di cui alcuni elementi, come i nudi in primo piano, sono ancora presenti, per arrivare ad una espressione del tutto nuovo che trova il suo fondamento in una gestione tutta particolare della luce.

Della tela esistono tre successive elaborazioni, ma questa è la più drammatica e la più ricca di personaggi. La scena si svolge sopra una piattaforma inclinata verso lo spettatore. La luce mette in evidenza il sicario, il Santo e il bambino, mentre la folla degli astanti, nell’ombra, sta fuggendo inorridita dalla brutale esecuzione. S. Matteo cerca disperatamente di difendersi, assumendo una posizione che ricorda la Croce, il chierichetto sta scappando, gridando dallo spavento. Dall’alto si affaccia un angelo che da una nuvola porge la palma del martirio a Matteo. Tutto lo spazio compositivo a disposizione viene utilizzato e dai gesti scomposti e dalle posture dei vari personaggi si intuisce tutto l'orrore e la tensione per essere testimoni di una scena simile.

Nel gruppo dei personaggi sconvolti da quanto sta accadendo e presi quasi da una forza centrifuga, Caravaggio, rifacendosi a Raffaello e a Leonardo, ha voluto lasciare il proprio autoritratto come se fosse stato un testimone oculare: è l’uomo che si trova a sinistra del carnefice, con la barba corta, con i capelli trascurati ed il viso segnato da rughe. Ha un’espressione tesa e pensierosa e quasi è seminascosto dall’oscurità dello sfondo.


 




San Matteo e l'Angelo - Chiesa di San Luigi dei Francesi

 

San Matteo e l’Angelo

Olio su tela - 295×195 cm


“L’Angelo che appare a San Matteo” è una delle tre opere che compongono il ciclo pittorico destinato alla cappella Contarelli, ubicata all’interno della chiesa di San Luigi dei Francesi in Roma, realizzata dal Caravaggio tra  il 1602 e il 1603  e commissionata dagli eredi del cardinale Mathieu Cointrel (italianizzato in Matteo Contarelli).

Nel dipinto, si può vedere San Matteo seduto a un tavolo, intento a scrivere, mentre un angelo gli appare da dietro, mostrandogli la verità divina. La luce radente mette in risalto le espressioni facciali, le mani e gli abiti, creando un forte contrasto tra le zone illuminate e quelle in ombra. Caravaggio utilizzò modelli reali per i suoi dipinti, rendendo le scene più vicine alla vita quotidiana. La scelta di angoli di luce e composizioni dinamiche conferisce al dipinto un senso di teatralità e coinvolgimento emotivo.

 Il pittore realizzò due versioni di San Matteo e l’angelo; nella prima, San Matteo ha le sembianze di un uomo rozzo e inconsapevole che, stupito, si lascia guidare la mano da un angelo paziente il quale, rimanendogli accanto, in piedi, lo aiuta a scrivere il suo vangelo.

Secondo alcuni studiosi, la tela fu contestata e quindi rimossa dall’altare maggiore subito dopo la sua collocazione. Essa fu ritenuta volgare a causa dell’aspetto grossolano che l’artista aveva imposto al santo. Altri invece, sostengono che lo stesso Caravaggio, resosi conto del sottodimensionamento del dipinto rispetto al vano a cui era destinato, e del contrasto della composizione rispetto alle regole di centralità dettate dalla Controriforma in merito alla rappresentazione dei martiri-eroi, avesse deciso di proporre un’alternativa.

In questa seconda versione, San Matteo ha un aspetto diverso, più distinto. Anche se, secondo la tradizione, è un ignorante ed un non così fervido credente; risulta sorpreso ma non inconsapevole, perché è ispirato ma non guidato. San Matteo ha un’aureola accennata, è a piedi nudi. Ha la gamba sinistra sopra uno sgabello traballante, poiché è intento a scrivere.

L’angelo lo sorprende con il suo arrivo, tanto da fargli perdere l’equilibrio mentre si gira per guardarlo. Il messaggero lo aiuta dettandogli le parole divine. Con la posa delle dita è chiaro che tiene la conta, nell’elencargli la genealogia di Cristo. Lo sguardo di Matteo è vivido, attento, devoto, rispettoso. E’ in attesa di cogliere il sacro verbo con la sua mano pronta che impugna una penna.








La vocazione di San Matteo - Chiesa di San Luigi dei Francesi

 

La vocazione di San Matteo

Olio su tela - 322×340 cm


La Vocazione di San Matteo è un dipinto ad olio su tela, realizzato da Caravaggio intorno 1599. Il dipinto è la prima commissione pubblica ottenuta a Roma da Caravaggio per la chiesa di San Luigi dei Francesi.

L’opera fa parte di un gruppo di tre quadri destinati alla cappella del cardinale Matteo Contarelli. Il quadro raffigura l’episodio evangelico in cui Matteo, esattore delle tasse attaccato al denaro, abbandona il suo lavoro per seguire Gesù.

 La scena si svolge in un ambiente angusto, appena rischiarato dalla luce fioca che proviene da una finestra. Matteo è seduto aun tavolo, con altri quattro esattori, per la conta del denaro. Tutti sono abbigliati con vestiti moderni, come quelli in uso ai tempi di Caravaggio; è una delle prime volte che si ambienta un evento sacro nel presente e lo si dipinge con estremo realismo.

Sulla destra due figure irrompono nella scena: sono Cristo e san Pietro. Con loro entra un fascio di luce che si proietta sugli uomini, accende i volti, le mani e parti dell’abbigliamento, lasciando il resto nell’oscurità. Gesù, col gesto imperioso della mano tesa, indica Matteo, e Matteo indica se stesso, stupefatto di essere proprio lui il prescelto. I due esattori più giovani si volgono verso Cristo ma non colgono la grandezza dell’evento. Gli altri non sollevano neppure la testa e continuano a contare il denaro. La vocazione di San Matteo segna un punto di svolta nel modo in cui Caravaggio illumina le sue opere: nei quadri precedenti la sua pittura è ancora “chiara”, le immagini stanno sullo sfondo nette e senza contrasti, la luce è per lo più diffusa.

Da questo momento l’illuminazione della scena diventa invece direzionale: la luce squarcia l’oscurità da diverse angolazioni con violenta intensità drammatica. La luce, nella Vocazione di San Matteo, è il simbolo della Grazia divina che investe tutti gli uomini: solo Matteo però risponde alla chiamata di Gesù. É la trasposizione pittorica del concetto di libero arbitrio: ogni uomo può scegliere se seguire o no la via della salvezza.

 Il dipinto viene restaurato nel 1939 e poi nel 1965. Le radiografie eseguite nel corso del restauro rivelano che la figura di san Pietro è stata aggiunta in un secondo momento, probabilmente per inserire nel quadro un riferimento diretto alla Chiesa, mediatrice tra Dio e l’uomo. La Vocazione di san Matteo si trova nella Cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.

 



La Madonna dei pellegrini - Chiesa di Sant'Agostino

 

La Madonna dei pellegrini

olio su tela - 260×150 cm


La prima cappella della navata sinistra della Chiesa di Sant’Agostino è la Cappella della Madonna di Loreto, famosa per ospitare uno dei massimi capolavori del  Caravaggio, la "Madonna dei Pellegrini", dipinta tra il 1603 e il 1604.

Le figure circondate dall'oscurità risaltano nella loro pienezza e drammaticità: ai piedi di una giovane madre appoggiata allo stipite di una casa povera, sono umilmente in ginocchio due pellegrini vestiti di stracci a mani giunte in segno di adorazione e gioia nel vedere le due dolci figure. Il bambino investito di spalle dalla luce rivolge loro lo sguardo come la mamma e tende la mano in segno di benedizione.

L'opera venne commissionata al Caravaggio dal notaio bolognese Cavalletti per essere posizionata nella cappella di famiglia, ma quando il dipinto fu esposto al pubblico “ne fu fatto dai preti e da' popolani estremo schiamazzo”. Secondo alcuni studiosi l'opera suscitò scalpore perché il Caravaggio utilizzò, come modella per la Madonna, tale Maddalena Antognetti, detta Lena, che varie fonti indicano come prostituta, altre come amante dello stesso Caravaggio. Proprio a Lena è legato uno dei vari episodi violenti legati al grande artista: sembra, infatti, che Lena avesse posato per il Caravaggio contro la volontà del notaio Mariano Pasqualone, spasimante della donna, e che questi avesse insultato la madre di Lena per averla ceduta “ad uno scomunicato e maledetto”. 

Il carattere litigioso e violento dell'artista non si smentì neanche in questa circostanza tanto che a piazza Navona aggredì il Pasqualone con una scure, fatto questo che lo costrinse prima a chiedere asilo, per qualche tempo, proprio nella chiesa di S. Agostino e poi a fuggire a Genova. Probabilmente non fu la presenza di Lena nel dipinto a destare scalpore, bensì gli “umili pellegrini”, raffigurati con la pelle rugosa, gli abiti sdruciti ed i piedi piagati e sudici per il faticoso viaggio, nonché la cuffia della donna, anch'essa sporca e rovinata che andava contro i canoni non solo dell'arte del tempo, ma anche, e specialmente, di quelli derivanti dal Concilio di Trento. 

Nella "Madonna dei Pellegrini", Caravaggio si distingue per la sua capacità di unire la spiritualità religiosa con la rappresentazione realistica della vita quotidiana, trasmettendo un messaggio universale di compassione e umanità.